C'è un dato che in qualche modo dovrebbe inquietare chi si occupa di brevetti e di proprietà intellettuale. Un terzo dei brevetti, infatti, non viene praticamente utilizzato e per un buon 50%, invece, non si esce dai confini dell'azienda che l'ha ottenuto. Cifre riferite da Guy Carmichael, dell'European Patent Office, alla Conferenza internazionale su gestione, finanziamento e tutela dell'innovazione che si è aperta ieri a Venezia. Ma questo è tutt'altro che un problema, a giudizio di Paolo Baratta, che presiede il Venice centre for Intellectual Property, da qualche anno il luogo di confronto internazionale sul problema. La tutela della proprietà intellettuale, e più in generale i brevetti, sono in continua evoluzione perché c'è l'assoluta necessità che seguano da vicino i forti cambiamenti che interessano l'economia mondiale. Semmai un'esigenza primaria c'è sicuramente ed è quella di arrivare in tempi brevi ad una armonizzazione dei sistemi di tutela adottati dai diversi Paesi, «un problema - osserva Baratta - che porta ad un coinvolgimento dei grandi organismi internazionali a partire dal WTO».Letta sul versante italiano, la "pratica brevetti" vive un momento quantomeno di transizione. La Venice International University (VIU) l'ha testata su un campione di 453 aziende appartenenti a 45 diversi distretti. «Solo un 19% delle imprese ha seguito la strada del brevetto - dice Eleonora Di Maria che ha illustrato la ricerca - un 7,4% ha puntato a tutelare utility models, un 6,9% il design. Nel dettaglio l'industria meccanica, come da tradizione, è quella più attenta al brevetto mentre il design prevale in tutto il mondo delle forniture per la casa a cominciare da mobili e vetri».Dall'analisi emerge però un altro elemento importante: il brevetto non è visto più come un passaggio obbligato nel sistema dell'innovazione, ma piuttosto come uno dei diversi strumenti a disposizione. E nel mondo del Made in Italy a primeggiare quali elementi di innovazione sono soprattutto il design e la ricerca sui materiali. Seguono la tecnologia e la funzionalità. «È cambiata anche la catena di questo valore - precisa Eleonora Di Maria - se prima la filiera partiva dall'Università, passava attraverso gli uffici ricerca e sviluppo ed arrivava al mercato, oggi sono i centri di ricerca ed i poli tecnologici ad interfacciarsi con gli uffici sviluppo della aziende per arrivare, il più delle volte attraverso un passaggio intermedio con il design, al consumatore finale, sia quello tradizionale che quello più evoluto».C'è un ruolo nuovo che si affaccia sugli scenari futuri - ha ricordato Carmichael - ed è quello degli "innomediari", i mediatori di innovazione. Ma alle imprese italiane oggi interessa anche sapere se il brevetto tutela dalle copie o dai falsi. La risposta unanime è che la proprietà intellettuale in quanto tale guarda oltre, sarebbe sbagliato ostinarsi a difendere il passato senza creare il nuovo. «Poniamoci piuttosto il problema di come comportarci - sintetizza Baratta - quando fra al massimo tre o quattro anni dovremo fare i conti con i brevetti di India e Cina».
Claudio Pasqualetto Fonte:www.ilsole24ore.com